HUMANS è uno spazio dedicato all'arte di essere umani.
Ogni settimana esploriamo insieme una domanda semplice:
Come posso vivere una vita più consapevole, gioiosa e libera?
Attraverso storie, scienza, spiritualità e piccole pratiche quotidiane, questa lettera è un invito a rallentare, osservare e riscoprire la meraviglia di essere umani.
SERVIZIO
SERVIZIO
Il dono diventa responsabilità
Nelle ultime due settimane abbiamo esplorato cosa significa mettere ciò che siamo al servizio della Vita e come imparare a farlo senza perderci, senza abbandonare noi stessi e senza aspettarci continuamente qualcosa in cambio.
Ma c'è un passaggio sul quale continuo a riflettere, soprattutto quando penso a tutto quello che la Vita mi ha insegnato attraverso le miriadi di esperienze che ho vissuto, le persone che ho incontrato, gli errori che ho commesso e le parti di me che ho dovuto imparare a conoscere, amare e trasformare.
Quando qualcuno scopre i diversi capitoli della mia storia, spesso finisce per guardarmi a bocca aperta e dirmi: «Ma come fai a essere così giovane e aver vissuto così tante vite? Dovresti scrivere un libro! La tua vita è un film!»
Vi giuro, me lo ripetono spessissimo.
E ogni volta torno a una domanda:
E se tutto quello che abbiamo attraversato nella nostra vita non fosse soltanto per noi?
Ci sono esperienze che, mentre le viviamo, non sembrano avere nessun senso. Ci fanno soffrire da matti, ci mettono in ginocchio, a volte ci levano tutto e ci fanno perdere completamente la direzione.
Non voglio romanticizzare il dolore, perché non credo che dobbiamo necessariamente trovare qualcosa di bello in tutto ciò che ci accade. Eppure, porto nel cuore una visione spirituale che ha accompagnato la mia guarigione, passo dopo passo.
Credo che, a livello animico, le esperienze che attraversiamo facciano parte di un viaggio evolutivo molto più grande di quello che riusciamo a comprendere con la nostra mente umana.
Credo che la nostra anima abbia scelto alcune delle condizioni attraverso le quali fare esperienza della Vita, dalla famiglia nella quale nasciamo al contesto sociale, fino agli incontri che segnano il nostro cammino. È una visione che non pretendo sia condivisa da tutti e che non utilizzo per giustificare il dolore, ma che a me ha aiutata a dare un significato più ampio anche quando non riuscivo ancora a vederlo.
E al di là di ciò che possiamo credere sul viaggio dell'anima, c'è qualcosa di molto concreto sul quale sento che abbiamo un potere reale: Possiamo scegliere cosa fare con ciò che ci è accaduto.
Per i primi sette anni del mio percorso di guarigione ho pensato che tutto quel lavoro riguardasse soltanto me, anche se, da brava Gemelli comunicatrice, ho sempre sentito una chiamata fortissima a condividere ciò che stavo vivendo.
Ma ero soprattutto concentrata a trovare quello che cercavo disperatamente: fare pace con i miei demoni interiori, imparare a vivere senza distruggermi, riconoscere la mia voce e costruire una vita nella quale potessi finalmente sentirmi libera.
Ed era giusto così.
Avevo bisogno di imparare a prendermi cura di me stessa prima ancora di pensare a cosa avrei potuto offrire agli altri.
E per farlo mi ci sono voluti oltre quindici anni.
Quindici anni di devozione totale alla mia guarigione e alla mia evoluzione. E quando dico devozione totale, I mean it. Anni di pratica quotidiana, studio, ricerca, disciplina, cadute, ricadute in vecchi schemi e continui ritorni a me stessa, nei quali ho imparato che capire qualcosa intellettualmente non significa averla davvero integrata nella propria vita.
Solo oggi sento di avere costruito una solidità interiore che mi permette di mettere le mie esperienze al servizio degli altri in una maniera molto più integra.
Oggi posso condividere molte delle cose che ho attraversato senza essere più emotivamente legata a esse come lo ero un tempo.
Non significa che non abbiano lasciato tracce o che io abbia risolto ogni cosa, ma che quelle esperienze non definiscono più chi sono e che non ho più bisogno che qualcuno riconosca quanto ho sofferto per sentirmi in pace con la mia storia.
Non ho tutte le risposte, anzi, non sono arrivata da nessuna parte, se non a fidarmi profondamente di me stessa e di quello che negli anni mi sono dimostrata capace di attraversare e sostenere.
Ma so che tutte quelle esperienze hanno creato dentro di me un'apertura che prima non avevo.
La capacità di stare davanti al dolore di un'altra persona senza dover necessariamente scappare, aggiustare, giudicare o salvare.
Di ascoltare senza avere bisogno di raccontare immediatamente la mia storia e di creare uno spazio nel quale qualcuno possa sentirsi sufficientemente accolto da incontrare ciò che vive dentro di sé.
E oggi, quando ripenso alla mia vita, mi accorgo che molti dei doni che considero più preziosi sono quelli che ho coltivato attraversando le peripezie della Vita.
E più li riconosco, più sento che non mi appartengono nel senso di qualcosa da possedere o utilizzare soltanto per il mio successo personale.
Sono qualcosa che mi è stato affidato.
Questa parola, affidato, cambia completamente la prospettiva, perché se considero un dono qualcosa che possiedo posso utilizzarlo soltanto per ottenere ciò che desidero, ma se comincio a considerarlo qualcosa che mi è stato affidato dalla Vita, inevitabilmente nasce una nuova domanda: Quale responsabilità ho verso ciò che ho ricevuto?
Non sto parlando di trasformare ogni talento in un lavoro, ogni ferita in una missione o ogni capacità in qualcosa da offrire continuamente agli altri. Abbiamo appena esplorato quanto sia importante servire senza perderci.
Sto parlando di una responsabilità che nasce dall'amore, non dal senso di colpa; dalla consapevolezza, non dal dovere; dalla gratitudine, non dal sacrificio della nostra essenza.
Penso a quante volte nascondiamo le nostre qualità perché abbiamo paura di esporci, di fallire, di non essere abbastanza o persino di assumerci la responsabilità di ciò che potrebbe accadere se iniziassimo davvero a utilizzarle.
Abbiamo molto spesso più paura del nostro potenziale che dei nostri limiti.
Riconoscere un dono è una cosa. Avere il coraggio di metterlo al servizio è un'altra.
La Vita non ha bisogno che diventiamo tutti uguali. Ha bisogno che ciascuno di noi abbia il coraggio di offrire ciò che soltanto lui può portare.
HUMAN FACT
IL SENSO DI UNO SCOPO CHE VA OLTRE NOI
Nella psicologia contemporanea esiste un concetto chiamato purpose in life, il senso di avere uno scopo nella vita.
Non significa avere una grande missione o sapere esattamente cosa fare del proprio futuro, ma percepire che la nostra esistenza abbia una direzione e che ciò che facciamo abbia valore.
La ricerca psicologica ha osservato associazioni tra un maggiore senso di scopo e diversi indicatori di benessere psicologico, anche se questo non significa che basti trovare uno scopo per stare bene.
E la cosa interessante è che uno scopo non deve essere grandioso per essere significativo. Può vivere nel nostro lavoro, nelle relazioni, nella creatività, nella cura di qualcuno o nel desiderio di contribuire a qualcosa che consideriamo importante.
NoN dobbiamo cambiare vita per iniziare a vivere con uno scopo più profondo. A volte può essere necessario, ma spesso basta riconoscere il valore di ciò che stiamo già facendo.
HUMAN TOOL
IL DONO CHE NON STAI UTILIZZANDO
Questa settimana voglio invitarti a fermarti qualche minuto e chiederti:
Quale dono riconosco dentro di me, ma non sto ancora mettendo pienamente a disposizione della Vita?
Potrebbe essere una capacità che possiedi da sempre, qualcosa che hai imparato attraversando un'esperienza difficile oppure una qualità che gli altri riconoscono in te ma che tu continui a minimizzare.
Scrivila e poi chiediti:
Cosa mi impedisce di offrirla?
La paura del giudizio? Il bisogno di sentirmi pronta? La convinzione che non sia abbastanza importante?
E infine: Se considerassi questo dono qualcosa che mi è stato affidato, cosa cambierebbe nel modo in cui scelgo di utilizzarlo?
Non cercare una grande risposta, ma scegli un piccolo gesto attraverso il quale questa settimana puoi permettere a quel dono di esprimersi.
Il primo passo per metterci al servizio della Vita è smettere di nascondere ciò che abbiamo da offrire.
HUMAN AFFIRMATION
Onoro i doni che ho ricevuto e scelgo di metterli al servizio della Vita.
C'è una preghiera che porto nel cuore da molti anni e che continua ad accompagnarmi ogni mattina, quando mi siedo davanti al mio altare:
Make me a pure vessel of your light to shine through me.
Rendimi un veicolo puro attraverso il quale la tua Luce possa risplendere.
Non sempre riesco a vivere in coerenza con questa intenzione, ma continuo a tornarci.
Perché più avanzo nel mio cammino, più sento che il punto non è soltanto scoprire chi sono, guarire ciò che mi ha ferita o realizzare ciò che desidero, ma è anche riconoscere cosa posso offrire con tutto quello che sono diventata lungo la strada.
Una parte del nostro viaggio consiste proprio in questo: Trasformare ciò che la Vita ci ha dato in qualcosa che possiamo restituire alla Vita.